Fondazione CAVECANEM
I diritti dei cani definiti irrecuperabili

I diritti dei cani definiti irrecuperabili

Del dottor Enrico Moriconi

I cani definiti pericolosi e con difficoltà comportamentali gravi, i quali non fruiscono di possibilità
di uscite all’esterno, vivono continuativamente nel box e spesso non hanno nessuna forma di interazione, neppure con le poche persone che li accudiscono, poiché il recinto è dotato di una doppia porta, per evitare ogni contatto.

Naturalmente questi animali non hanno possibilità, o ne hanno pochissime, di trovare adozione,
prolungando la permanenza nella struttura fino alla fine della vita.
Questi cani sono sempre più privati dei comportamenti etologi, sempre più compressi in una condizione di negatività e privazioni etologiche che, inevitabilmente, fanno aumentare lo stato di stress e, parallelamente, le conseguenze dello stesso, tra le quali si annovera come detto, l’aggressività e l’iper-aggressività, insieme alle stereotipie. Si instaura così un circolo vizioso, in senso peggiorativo: più il cane è stressato e non soddisfa i comportamenti etologici, meno è considerato e meno può essere gestito per cercare di aiutarlo. La conseguenza sarà che il soggetto diventa sempre meno appetibile per una eventuale adozione familiare; d’altronde, chi avrebbe il coraggio di adottarlo, stanti le carenze comportamentali, se neppure coloro i quali operano nella struttura lo riescono a gestire? La sopravvivenza nel canile si protrarrà a tempo indeterminato, con un peggioramento progressivo della sua condizione etologica e un graduale aumento delle negatività di comportamento. Vi sono condizioni oggettive a peggiorare la loro condizione. Una prima causa oggettiva, conseguenza della situazione, è la dimensione dei canili: quanto maggiore è il numero di ospiti, tanto più la situazione si complica. Se si considera che, per svolgere una minima attività di socializzazione, è necessario dedicare all’uscita un certo ammontare di tempo e di personale, spesso volontario, la presenza di un numero elevato di cani rende molto complicato garantire un numero di momenti di socializzazione adeguato.

Un maggior numero di cani contribuisce a far precipitare sempre più cani nella categoria “cani
irrecuperabili”. Inoltre, nel tempo, si crea una sedimentazione e un accumulo della tipologia
comportamentale: le adozioni si rivolgono verso gli altri soggetti e quelli problematici si accumulano.
Infine, anche il fenomeno delle cosiddette “staffette” contribuisce al problema. Per fare ciò non si può che analizzare la definizione di sofferenza, laddove la si ricollega anche allo stress fisico o mentale, al dolore e al danno.

Nei canili si dovrebbe arguire che dolore e danno non dovrebbero essere ipotesi da prendere in
considerazione, o almeno non per eventi di lungo periodo: dolore e danni possono certamente
intervenire (patologie, traumi, ferite, ecc.), ma si presuppone che siano sottoposti a cure e, quindi, che
la sofferenza sia quantomeno limitata al minimo tempo necessario per porre fine alla causa che la
genera. Diverso è il caso dello stress. Come si è detto in precedenza, nei canili si cerca di
sopperire alla negazione dei bisogni attraverso gli arricchimenti che, nel cane, specie sociale per
eccellenza, sono rappresentati, soprattutto, dalla possibilità di socializzare con simili, o anche con le
persone, durante le “passeggiate esterne”, rinforzate dalla permanenza nel paddock. Il bisogno di
socializzazione è così forte che supera, in richiesta, ogni altro comportamento e con la sua semplice
soddisfazione si realizza un miglioramento dello stato psichico del cane.

Si comprende, quindi, come la negazione della socializzazione dei cani irrecuperabili sia la prova più
crudele che venga loro inflitta, dal momento che sono già privi, come gli altri soggetti dei canili, di gran parte dei comportamenti etologici. Se si completa l’analisi della condizione dei cani irrecuperabili si deve quindi constatare l’innegabilità di una loro condizione di sofferenza: la permanenza continua nel box, che li priva di ogni bisogno etologico insopprimibile, causa uno stato di forte stress nella forma cronica. La sindrome di adattamento, che è causa dello stress, conosce, infatti, due differenti modalità espressive di base: la forma acuta e quella cronica. Quella acuta, che può essere anche molto intensa, è dovuta a una negatività temporalmente breve e cessa al terminare della causa che l’ha generata, mentre quella cronica persiste nel tempo, poiché sostenuta da un fattore che non viene a terminare. Si comprende che lo stress nei canili si presenta sotto la forma cronica, poiché perdura finché la condizione di base non cambia e, per i cani irrecuperabili, tale trasformazione non può avvenire se non si interviene in modi adatti. Si può dunque affermare, oggettivamente, che i cani irrecuperabili che sono in stato di forte stress cronico sono, per definizione, in condizioni di sofferenza. Peraltro, sono loro stessi che “denunciano” questo loro stato di vita, con quei comportamenti che si sono descritti precedentemente e che dimostrano la loro condizione (aggressività soprattutto). La particolarità quali-quantitativa, che caratterizza la valutazione della sofferenza, è all’origine della variabilità del comportamento umano di fronte a essa, che si osserva anche nel caso dei cani irrecuperabili. Può infatti accadere che nelle persone che seguono questi cani, la consapevolezza della loro situazione venga, con il tempo, adeguandosi alla realtà della difficile strada per una soluzione. Pian piano si fa strada la convinzione che la loro condizione non sia favorevole, ma che la vita che conducono, o non conducono, sia comunque migliore dell’eutanasia. Si tratta di una posizione assolutamente comprensibile che, però, presta il fianco alla resa e all’accettazione dello stato di fatto, senza sviluppare un ragionamento completo.

I cani irrecuperabili pongono anche un problema morale, se si analizza a fondo la questione.
Un primo elemento è quanto scritto precedentemente: l’abitudine a convivere con questi cani potrebbe
generare una sorta di assuefazione, per cui si giudica la condizione dell’animale con il metro del “meno peggio”, secondo il quale vivere in quel modo è “meno peggio” senza però veramente considerare quale sia il grado effettivo di sofferenza. Il secondo elemento di analisi è che, per questi cani, si può parlare effettivamente di negazione del diritto alla non sofferenza, non tanto perché vivono in canile, ma per le loro condizioni vitali: se lo stress è sofferenza, è inevitabile che la loro vita sia una vita di sofferenza e che, quindi, il loro diritto sia negato. Questa situazione pone l’obbligo morale di trovare strade e
soluzioni, affinché i diritti dei cani irrecuperabili siano fatti valere, facendoli uscire dalla loro condizione di permanente segregazione.
L’analisi complessiva porta dunque ad affermare che i cani “irrecuperabili” siano in una condizione di forte
stress e, quindi, di sofferenza e che, pertanto, si possa parlare per loro di negazione del diritto alla non
sofferenza. La necessità di mettere fine a tale situazione è da ritenersi un obiettivo per tutti coloro che operano per la difesa dei diritti degli animali.
Tutto ciò a puro titolo di riflessione etica. Il recupero dei cani irrecuperabili avrebbe, tuttavia, anche un risvolto economico notevole, poiché alleggerirebbe i comuni, o chi per loro, del continuo mantenimento nella struttura di riferimento.


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