Animali esseri senzienti e responsabilità umana: oltre le semplificazioni sulle aggressioni canine

E se avessimo già tutti gli strumenti, ma non sapessimo come usarli?

Nel corso della mia esperienza ho incontrato storie di abbandono, rinuncia e maltrattamento. Ho difeso i diritti di cani troppo spesso definiti “irrecuperabili”, quando in realtà erano semplicemente portatori di disagi comportamentali mai compresi, o disagi aggravati — se non generati — dall’incuria dell’uomo.

In molti casi mi sono trovata di fronte ad animali ridotti a strumenti, sfruttati da menti criminali per fini di profitto, come accade nei circuiti dei combattimenti clandestini.

Ma ancora più spesso ho incontrato cani esasperati da condizioni di detenzione profondamente lontane dalle loro caratteristiche etologiche:

tenuti a catena, confinati per lunghi periodi, lasciati soli in giardino con il solo ruolo di “sentinelle”, oppure reclusi in box di canile senza adeguati stimoli, talvolta all’interno di realtà che alimentano il business dei cosiddetti “canili lager”.

Contesti in cui vengono a mancare anche i bisogni più basilari: movimento, relazione, stimolazione, cura.

È in queste condizioni che nascono e si alimentano molti dei disagi comportamentali che, successivamente, vengono letti — in modo semplicistico e fuorviante — come “aggressività”.

Ma parlare di aggressioni senza interrogarsi sulle cause significa fermarsi alla superficie.

Perché, nella maggior parte dei casi, ciò che emerge è il risultato di una responsabilità umana mancata: nella gestione, nella comprensione, nella vigilanza.

La verità è che molte di queste tragedie potrebbero — e dovrebbero — essere prevenute.

Non serve guardare altrove alla ricerca di soluzioni sempre nuove. Serve guardarsi dentro.

Se riconosciamo davvero il cane come essere senziente, meritevole di tutela in via diretta, allora diventa evidente che la relazione va costruita e curata ogni giorno, con diligenza, responsabilità, presenza e attenzione.

Essere un punto di riferimento non è un concetto astratto: è una pratica quotidiana.

Eppure vediamo ancora troppe persone passeggiare con il proprio cane con lo sguardo rivolto al cellulare, mentre l’animale comunica, osserva, chiede, cerca risposte.

Poi, improvvisamente, si parla di “aggressione”.

Ma davvero è improvvisa?

Questa narrazione non ha fondamento etologico, né genetico e, sempre più spesso, neppure giuridico.

Nella maggior parte dei casi ciò che manca è un riferimento umano consapevole, capace di leggere, comprendere e guidare.

Una questione anche giuridica (e pratica)

Se guardiamo la questione da un’altra prospettiva, emerge con chiarezza come anche il diritto abbia già individuato un principio guida.

Mi riferisco alla cosiddetta “diligenza del buon padre di famiglia” — espressione che personalmente considero superata e legata a una logica patriarcale, ma che resta utile per descrivere un approccio concreto e responsabile.

Applicata al rapporto con gli animali, questa diligenza si traduce in azioni precise: alle prime avvisaglie di difficoltà, è doveroso rivolgersi a professionisti competenti — veterinari comportamentalisti, educatori cinofili, istruttori — in grado di supportare la costruzione di una relazione equilibrata.

Ma qui si apre un tema altrettanto cruciale: la responsabilità dei professionisti.

È necessario interrogarsi con onestà: siamo realmente in grado di prendere in carico questo cane e questa famiglia? Abbiamo le competenze, lo studio e l’esperienza necessari?

Perché esiste un’etica, esiste una deontologia.

Se anche solo sussiste un dubbio, la scelta più corretta è una sola: affidarsi a un collega o rinunciare all’incarico.

In Fondazione arrivano troppo spesso famiglie disperate, che hanno investito tempo, fiducia e risorse economiche affidandosi a molteplici professionisti senza ottenere risultati.

Arrivano quando è troppo tardi, quando l’equilibrio familiare è compromesso, quando la sicurezza è percepita come a rischio.

Se, a monte, ci fosse stata maggiore consapevolezza dei propri limiti, probabilmente non parleremmo di famiglie costrette a rinunciare al proprio cane, ma di percorsi riusciti.

E questo significa: una famiglia salvata, un ingresso in meno in canile, una vita che non si spezza.

Responsabilità, prevenzione e comunità

C’è poi un’altra prospettiva: quella di chi si trova, suo malgrado, a subire situazioni di pericolo.

Persone che passeggiano serenamente e che si trovano di fronte cani non “liberi”, ma lasciati soli, privi di guida e con evidenti difficoltà comunicative.

In questi casi, la responsabilità è chiara: si configura una vera e propria culpa in vigilando.

Anche queste non sono fatalità.

Sono situazioni che possono — e devono — essere prevenute.

Dal punto di vista giuridico e culturale, il percorso è già tracciato

Abbiamo assistito in passato anche a tentativi di introdurre categorie di “razze pericolose”: tentativi falliti, che oggi rischiano di riproporsi come soluzioni semplicistiche a problemi complessi.

La legge c’è.

Le competenze ci sono.

L’esperienza anche.

Quello che manca, ancora troppo spesso, è altro:

  • senso di comunità
  • capacità di mettersi nei panni dell’altro
  • responsabilità nel riconoscere i propri limiti

Che si tratti di cittadini o di professionisti.

Perché aiutare davvero significa farlo solo quando si è in grado di farlo.

E allora la domanda è un’altra:

se iniziassimo davvero a considerare il cane come un componente della famiglia?

E se ci assumessimo fino in fondo il ruolo di riferimento, senza tradire la fiducia che ripone in noi?

È da qui che passa il cambiamento.

È da qui che possiamo prevenire tragedie, tutelare gli animali e proteggere la collettività.

 

Avv. Federica Faiella

Presidente Fondazione Cave Canem

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